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La Storia

Accadde a Pulcinella che, nominato principe, appena seppe che per rispetto del suo rango mai più gli sarebbero servite pietanze a base di maccheroni, non ebbe tentennamenti : mo’ mo’ me sprincepo, rispose, ed abdicò all’istante. Una vita senza spaghetti, spaghettoni, candele, ziti, paccheri, linguine, rigatoni : e che vita sarebbe?

Del resto, basta pensare a Totò “Felice Sciosciammocca” di “Miseria e Nobiltà” quando nella sua povera casa di morti di fame arriva, inopinatamente, un cuoco che apparecchia la tavola per disporvi al centro ogni ben di Dio, ma soprattutto una zuppiera ricolma di fumanti spaghetti, ricordate?

Dopo tanti attimi di silenzio circospetto e di cauto avvicinamento delle seggiole alla tavola, scoppia il Carnevale orgiastico, il trionfo del piacere che cancella di colpo ogni sofferenza e Totò, in preda ad un’autentica trance dionisiaca, balla frequentemente sulla tovaglia, cacciandosi a manate gli spaghetti nelle tasche……..

pulcinellaE’ dunque solo animalesca fame, soddisfacimento di un bisogno primario ciò che conduce ad amare questo alimento così antico e così mutevole? Così tradizionale eppure così adattabile a tutte le smanie gastronomiche, anche le più azzardate? In realtà i maccheroni, in tutte le declinazioni, sono ben più di un cibo. Sono lo strumento, come il fumo del sigaro nel rito della santeria, che ci rimettono in contatto con le nostre radici, la nostra cultura, la storia e le storie che ci hanno plasmato così come siamo.

A patto, naturalmente, che i maccheroni siano buoni, che la semola sia di ottimi grani duri, che le trafile siano al bronzo e che la cottura sia al dente. Lo spaghettone si avvolge elegantemente intorno alla forchetta; i paccheri raccolgono armoniosamente la salsa di pomodoro; la pasta ammiscata si fonde ai fagioli senza nulla perdere della sua sensuale callosità, e mentre il rito si compie,

davanti ai nostri occhi si ricompone il paesaggio dei cento e cento mulini che fecero grande l’arte bianca tra Castellammare, Torre Annunziata e Gragnano, nei paesi sotto il Vesuvio, a cavallo di otto e novecento; senti la musica creata dal vento che soffia sulle paste lunghe stese ad asciugare, facendole risuonare come un’arpa celestiale.

E’ il mondo del mito, ma anche un pezzo di storia, di società, di economia campana che riprende lentamente forma, che ci restituisce le voci dei maccaronari dei pastifici, o delle capitane di industria dello stampo di Francesca e Nunziata.

Cibo per l’anima, segno e marchio che da qui è partito alla conquista del mondo, incrociando i gusti di genti e paesi lontani, i maccheroni seppero nutrire i corpi, cuori ed intelligenze. E non per nulla, maccheroniche si chiamarono quelle accademie in cui la letteratura e la buona tavola andavano a braccetto.

Mai più un principe, un re, sarebbe stato costretto a scegliere tra la corona ed un piatto di maccheroni: cibo popolare, da mangia maccheroni scalzi, ed insieme squisitezza aristocratica come il timpano di vermicelli in cui per la prima volta, grazie ad Ippolito Cavalcanti, i maccheroni conobbero colui che era destinato a restare per l’eternità il suo amante e complemento ideale: il pomodoro.

E, come in un certame maccheronico, concludiamo l’elogio dei maccheroni con gli ultimi versi di un poema a noi caro, la “Maccheroneide”, che suonano così : muoian le droghe che di vita privano e i maccheroni eternamente vivano!